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16 luglio 2012

L'ape (Quando non vedrai più le Api dovrai scappare, la fine del mondo è arrivata)

Un'ape di razza europea impollina un fiore
Se volessimo trovare il modo in cui l'Uomo rappresenta graficamente la Vita a livello più basilare dovremmo tornare indietro nel tempo alle più antiche culture indoeuropee o dell'america precolombiana. Forse i più si stupiranno nel non trovare raffigurato il Sole o la Luna, il mare o la terra, ma il simbolo di un'ape. A quanto pare gli antichi sono stati molto più osservatori della natura di noi, che deleghiamo questo compito a biologi o etologi, nel trovare qual è l'essenza della vita sulla Terra: un piccolo insetto.

L'ape, una creatura che si è evoluta insieme alle piante nei milioni di anni passati in simbiosi, quasi si potrebbe definire un tutt'uno con la Flora. Il suo compito sembra semplice: andare di fiore in fiore a impollinare le piante per ricevere in cambio il dolce nettare con cui fabbricherà il miele per l'inverno.

Se l'ape sparisce i fiori non vengono impollinati, quindi il frutto non nascerà mai. Le conseguenze: l'Uomo non avrà di che cibarsi (oltre alle graminacee, quindi vivendo di solo pane)

Dal 2004 sta facendosi largo da Israele una malattia delle api: La Ccd, ovvero la sindrome dello spopolamento degli alveari. Improvvisamente e senza un perchè apparente le api abbandonano in massa l'alveare per disperdersi e lasciarsi morire in un raggio di 1-2 km. Si calcola che nell'inverno tra il 2007 ed il 2008 sia stato perduto oltre l'80% del patrimonio apistico statunitense e più del 50% degli alveari europei. In Italia la mancata impollinazione delle piante da frutto e da ortaggi ha causato una perdita di 250 milioni di euro solo nel 2007 e il costante rincaro dei beni ortofrutticoli che dura tutt'ora.

Una strana malattia?

Molti esperti danno la responsabilità della sua presenza alle onde elettromagnetiche dei cellulari, altri ancora ad un fungo o agli organismi geneticamente modificati, ai cambiamenti climatici o allo spostamento dell'asse terrestre. L'ipotesi più accreditata fino ad oggi restringeva il cerchio sui pesticidi. Questi composti chimici che vengono cosparsi sulle piante (e sui fiori) delle piantagioni, servono ad eliminare gli insetti parassiti. Pochi sanno che queste sostanze hanno una forte presenza di neurotossine, quelle che gli esperti chiamano Organofosfati. Oggi si fa largo una nuova teoria: un acaro trasmetterebbe ai poveri insetti un virus letale. Lo studio arriva da un gruppo di ricerca operativo alle isole Hawaii che chiama in causa questo acaro, il Varroa Destructor, che causa negli insetti gli stessi sintomi dell'intossicazione da neonicotinoidi. Il parassita, infatti, sarebbe in grado di infettare la stragrande maggioranza di un alveare con un virus letale.

Il sistema digestivo inizia a bloccarsi e dopo pochi giorni l'ape muore. Il motivo per cui abbandona l'alveare è da ricercare nell'istinto dell'arnia. Quando un'ape si sente male istintivamente abbandona l'alveare per evitare che le altre api vengano contagiate dalla propria malattia, questo fenomeno si riscontra soprattutto quando l'alveare è affetto da peste americana: l'arnia inizia ad emanare un pungente odore malsano, le api ammalate si allontanano per sempre e le sane buttano fuori i cadaveri come dei monatti di manzoniana memoria. Quando finisce la crisi, le poche api rimaste ripopolano insieme alla regina la grande famiglia, e nel giro di un anno o due l'arnia torna ai grandi numeri. Nel caso della Ccd tutte le api, anche nel giro di una notte, abbandonano l'alveare lasciando la sola regina. Inspiegabilmente, dopo giorni, neanche le vespe o le formiche osano recuperare il miele dell'arnia spopolata nonostante ne vadano ghiotte.

Chi farà il lavoro delle Api estinte?

Le stime assicurano che se non verranno presi provvedimenti entro pochi decenni l'ape europea si estinguerà. Cosa farà l'umanità? Si occuperà da sola di impollinare tutte le piante del mondo?
In Cina già succede.
Da pochi anni il nord della Cina ha perduto l'intero patrimonio apistico. La regione, rinomata per la coltivazione delle pere, ha sùbito un netto tracollo. I pochissimi coltivatori rimasti hanno deciso di rimboccarsi le maniche: ad Aprile raccolgono la parte maschile di ogni fiore, lo stame. Lo polverizzano, lo essiccano, poi con un ramoscello su cui sono legate delle penne di gallina iniziano a cospargere ogni singolo fiore di polline. Riescono a fecondare massimo 30 alberi al giorno, ma i rurali più giovani sono già stanchi di questa "ottimistica pazzia" e si sono trasferiti nelle metropoli in cerca di lavoro.
La situazione è piuttosto critica e tende ad aggravarsi, i problemi sul riscaldamento globale e sull'inquinamento atmosferico dovranno essere accantonati per dare priorità a questa difficoltà che minaccia di portare anche da noi la "fame nel mondo". Altrimenti dovremmo sperare che l'ingegno italico partorirà un nuovo mestiere: L'impollinatore.
Di Roberto Cicchetti
By Sandro