Il Mio Canale

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11 luglio 2017

''Angeli'' dei Poveri, titola il quotidiano di Puglia del 27 Giugno 2017

Sono orgoglioso di aiutare le persone meno fortunate di me. E sono emozionato  perché qualcuno si ricorda di noi.  
Con il Pronto Soccorso dei Poveri   e il Direttore del 118 di Lecce, Maurizio Scardia 


We Africa Dona subito, aiutaci a salvare delle vite.

We Africa - Il nostro obiettivo

Abbiamo una sola visione: portare aiuto e sostegno al popolo burkinabé attraverso la realizzazione di pozzi d’acqua, la distribuzione di cibo e la formazione scolastica dei bambini. 

Dona subito, aiutaci a salvare delle vite.

La tua donazione ci permetterà di salvare la vita del popolo del Burkina Faso, costruendo pozzi d’acqua.
Per maggiori informazioni, entra nel sito. Cliccami

31 marzo 2017

ECCO LA FINE CHE FARA' L'EUROPA

ECCO LA FINE CHE FARA'  L'EUROPA, SCHIACCIATA  TRA TRUMP E PUTIN 
#Nessuno #LaGabbiaopen #La7  

28 gennaio 2017

Insegna ai bambini come pensare, non cosa pensare

Un maestro Sufi aveva l'abitudine di raccontare una parabola alla fine di ogni lezione, ma gli studenti non ne capivano sempre il messaggio.

- Maestro – disse un giorno con aria di sfida uno degli studenti – ci racconti sempre una storia, ma non ci spieghi mai il suo significato più profondo.

- Vi chiedo perdono per questo – si scusò il maestro -, permettimi di riparare al mio errore, intanto ti offro questo pesce che ho appena pescato.

- Grazie maestro.

- Tuttavia, vorrei ringraziarti come meriti. Mi permetti di pulirti il pesce?

- Sì, ti ringrazio molto – rispose lo studente sorpreso e lusingato dall'offerta del maestro.

- Ti farebbe piacere, dal momento che ho il coltello in mano, che lo taglio anche in piccoli pezzi in modo tale che ti sia più comodo mangiarlo?

- Mi piacerebbe, ma non voglio abusare della tua generosità, maestro.

- Non è un abuso se te lo offro io. Voglio solo compiacerti in tutto ciò che posso. Permettimi anche di cucinartelo e di masticarlo prima di dartelo.

- No maestro, non mi piacerebbe che facessi questo! – rispose lo studente sorpreso e scioccato.

Il maestro fece una pausa, sorrise e disse:

- Se io spiegassi il significato di ciascuna delle storie ai miei studenti, sarebbe come dargli da mangiare della frutta già masticata.
Purtroppo, molti insegnanti e genitori pensano che sia meglio dare ai bambini la frutta perfettamente tagliata e masticata. In realtà, la società e la scuola sono strutturati in modo tale che si concentrano più sulla trasmissione delle conoscenze, delle verità più o meno assolute, piuttosto che nell’insegnare ai bambini a pensare da soli e trarre le proprie conclusioni.

Anche i genitori, educati in questo stesso schema, lo ripetono a casa, dato che tutti noi abbiamo la tendenza a riprodurre con i nostri figli le linee guide utilizzate con noi, anche se non ne siamo sempre consapevoli.

Ma insegnare ai bambini a credere ciecamente a verità presunte senza metterle in discussione, insegnare loro cosa devono pensare, significa sottrargli una delle capacità più importanti: la capacità di auto-determinazione.

Educare non significa creare, ma aiutare i bambini a creare se stessi

L'autodeterminazione è la garanzia che, scegliamo ciò che scegliamo, saremo noi i protagonisti della nostra vita. Potremo sbagliarci. In realtà, è molto probabile che lo faremo, ma impareremo dall'errore e andremo avanti, arricchendo così il nostro bagaglio di strumenti per affrontare la vita.

Dal punto di vista cognitivo, non esiste sfida maggiore che affrontare problemi ed errori, dal momento che questi non richiedono solo sforzo, ma anche un processo di cambiamento e di adattamento. Di fronte a un problema si mettono in moto tutte le nostre risorse cognitive e, spesso, la soluzione comporta una riorganizzazione del nostro schema mentale.

Quindi, se invece di insegnare ai bambini delle verità assolute (che neppure esistono) offriamo loro delle sfide che li obblighino a pensare, pontenzieremo la loro capacità di osservare, riflettere e prendere decisioni. Se insegniamo ai bambini ad accettare senza pensare, queste informazioni non saranno significative, non produrranno un cambiamento importante nel loro cervello, ma verranno semplicemente memorizzate da qualche parte nella memoria, dove scompariranno lentamente.

Al contrario, quando siamo costretti a pensare per risolvere un problema o cercare di capire dove abbiamo sbagliato, nel cervello si produce una ristrutturazione che si traduce in crescita. Quando i bambini sono abituati a pensare, a mettere in discussione la realtà e cercare da soli le soluzioni, cominciano a fidarsi delle loro capacità e affrontano la vita con maggiore fiducia e minor paura.

I bambini devono trovare il proprio modo di fare le cose, devono dare un senso al loro mondo e formare progressivamente i loro valori.

Come si ottiene tutto ciò?

Una serie di esperimenti sviluppati nel 1970 presso l'Università di Rochester ci offrono qualche indizio. Questi psicologi lavorarono con diversi gruppi di persone e scoprirono che le ricompense possono migliorare fino a un certo punto la motivazione e l’efficacia quando si tratta di attività ripetitive e noiose, ma possono diventare controproducenti quando si tratta di affrontare problemi che richiedono riflessione e pensiero creativo.

È interessante notare che le persone che non ricevettero ricompense esterne ottennero risultati migliori nella risoluzione di problemi complessi. Infatti, in alcuni casi le ricompense fecero sì che le persone cercassero scorciatoie e assumessero comportamenti non etici, dal momento che l'obiettivo non era più risolvere il problema, ma ottenere la ricompensa.

Questi risultati hanno portato lo psicologo Edward L. Deci di applicare la sua Teoria dell’Autodeterminazione, in base alla quale per motivare le persone ei bambini a dare il meglio di sè, non è necessario ricorrere a ricompense esterne, ma basta solo fornire loro un ambiente adatto che soddisfi questi tre requisiti:

1. Sentire che hanno una certa competenza, in modo tale che il compito non generi eccessiva frustrazione e ansia.

2. Godere di un determinato grado di autonomia, in modo tale da poter cercare nuove soluzioni e attuarle, sentendo che hanno il controllo.

3. Mantenere l'interazione con gli altri, per sentirsi apoggiati e connessi.

Infine, vi incoraggio a godere di questo breve video della Pixar, che si riferisce appunto all'importanza di lasciare che i bambini trovino la propria strada da soli e non dare loro risposte e soluzioni predeterminate.

Fonte: angolopsicologia 
Deci, E. L. & Ryan, R. M. (2000) Intrinsic and Extrinsic Motivations: Classic Definitions and New Directions. Contemporary Educational Psychology; 25: 54–67. 

Mamma e figlio maschio, un rapporto speciale…

Il rapporto di una donna con il figlio maschio è unico, ma nasconde insidie perché se mal gestito può diventare
morboso. Con conseguenze negative sia per la mamma sia per il bambino. Maria Malucelli, docente di psicologia
clinica, specialista in psicoterapia cognitiva dell’età evolutiva, spiega come evitare le trappole più comuni.

“Mamma tu sei la più bella del mondo”: ogni madre si è sentita dire questa magica frase dal suo bambino, perché tra
tutte le mamme e i loro figli maschi c’è un legame speciale. Per lui la madre è il primo oggetto d’amore ma anche la
prima immagine della donna. Eppure questo amore non è senza spine, può avere effetti indesiderati. Un tema di cui
si è occupata di recente Véronique Moraldi, specializzata nell’analisi dei rapporti familiari e delle loro conseguenze
sul comportamento degli adulti, nel libro Figlio di sua madre (Urra, 18 Euro). Ne abbiamo parlato con Maria
Malucelli, docente di psicologia clinica, specialista in psicoterapia cognitiva dell’età evolutiva.
Tra figlio maschio e madre c’è un rapporto unico e speciale. Che cos’è che lo rende diverso rispetto al
rapporto con la figlia femmina?
Il rapporto speciale è legato proprio all’attrazione dei sessi contrari. È una situazione del tutto naturale e biologica
che innesta nella relazione madre-figlio un comportamento seduttivo da parte della madre, accolto con piacere dal
figlio che lo legge come una presenza costante. Anche con la figlia si instaura un rapporto speciale ma più tardi
(intorno ai 5 anni) ed è determinato dal modeling, cioè dall’esigenza della bambina di prendere come modello la
figura femminile materna.
Come evitare di esagerare nel godersi l’unicità di questo rapporto?
Il confine è la morbosità: quando l’amore della madre verso il figlio impedisce lo sviluppo delle varie tappe evolutive.
Il che vuol dire che da 0 a 2 anni impedisce la socializzazione, da 2 a 4 anni vanifica la capacità di giocare da solo e
usare la fantasia, dai 4 ai 7 castra il modeling con la figura paterna o maschile in generale su cui il bambino deve
modellare la sua personalità; dai 7 agli 11 limita l’esplorazione del mondo e dai 12 anni in poi impedisce la
cosiddetta de-satellizzazione, ovvero la libertà di uscire dal raggio genitoriale per trovare all’esterno altre figure di
riferimento.
Quali possono essere gli “effetti indesiderati” di un rapporto madre-figlio distorto?
Il più eclatante è quello che compare dai 10 anni in poi. Tipicamente si manifesta un sentimento di rabbia verso la
figura materna che diventa troppo ingombrante. Perciò, i figli maschi iniziano a evitare qualunque tipo di smanceria
o coccola. Ciò significa che anticipano il bisogno di un distacco fisico ed emotivo-affettivo mostrando grande
insofferenza verso la madre, ma ciò avviene a loro discapito perché a 10 anni si ha ancora bisogno del contatto
affettivo con la mamma. Oppure può verificarsi la situazione inversa: il bambino non si rende conto che ha la
capacità di stare da solo per cui prolunga la dipendenza verso la madre e la situazione peggiora se lei lo
asseconda.
Nella fase del bambino in età pre-scolare, quali sono gli errori tipici che una madre può commettere con il
figlio maschio?
Fino ai 5 anni il bambino ha bisogno di confrontarsi con i propri simili perché da questo confronto nasce la
coscienza. Perciò, la madre non deve tenerlo chiuso nel guscio familiare, ma deve agevolare anche prima
dell’inserimento nella scuola materna la socializzazione con gli altri bambini. È sbagliato anche continuare a trattarlo
come se avesse sempre due anni senza incoraggiare l’autonomia. Un bambino anche al di sotto dei 5 anni può
essere in grado di vestirsi e mangiare da solo. E poi c’è la questione del lettone: se lo lasciamo dormire con noi,
prolunghiamo il cordone ombelicale e creiamo un problema di intimità irrisolta e una dipendenza corporea che si
porterà dietro per sempre.
L’adolescenza spesso cambia le carte in tavola e trasforma anche il più amorevole bambino in un alieno che
persino la madre non riconosce più. Quali sono gli errori più comuni?
Se il figlio maschio ha avuto un rapporto privilegiato con la figura materna quasi sempre avrà una difficoltà di modeling. Cioè se non ha avuto un modello maschile a cui ispirarsi, non saprà ben identificarsi e come reazione
inconsapevole crea un distacco dalla figura materna ma lo fa con più rabbia, non avendo nessuna figura maschile
con cui prendersela. Che fare? La madre deve spiegare al figlio che se non c’è papà non è colpa di nessuno, ma
deve anche riconoscere che in adolescenza la ribellione del figlio è una forma di apprendimento, offrendosi come
base sicura anche per esprimere emozioni negative. È sbagliato, invece, non riconoscere la ribellione e insistere su
un bisogno di attaccamento che il figlio deve superare.
Come lasciarlo andare, una volta adulto?
Anche spiccare il volo è una tappa di crescita e va fatta quando il ragazzo è pronto. Non sempre lo è a 18 anni, ma
se c’è una richiesta va assecondata. L’errore della mamma è non saper leggere il suo bisogno di indipendenza. Mai
dirgli: “che fai te ne vai, mi lasci sola?” perché così gli crea un senso di colpa. Amare un figlio significa anche
saperlo lasciar andare quando è il momento.
Che succede se la madre ha dei conti in sospeso con il padre del bambino o con gli uomini in generale?
Purtroppo succede che non avendo risolto lei i problemi con le figure maschili, quando il bambino cresce e
geneticamente avrà delle somiglianze con il padre biologico potrebbe sviluppare un senso di aggressività e
uscirsene con frasi del tipo: “sei come tuo padre”. Quando questo accade, il rapporto madre-figlio diventa
conflittuale e può generare confusione nel figlio che improvvisamente non si sente più amato come prima.
La possibilità di commettere errori da parte della madre è più probabile se il figlio è unico?
Non credo. Sfatiamo questo mito. Non è necessario fare una nidiata di figli per evitare di commettere errori. Il figlio
è unico solo se i genitori lo fanno sentire tale e se piagnucolano continuamente sul desiderio di averne un altro.
Come ho scritto nel mio libro Un papà su misura (Franco Angeli, 17 euro) al figlio dobbiamo dare le radici per
crescere e le ali per volare. E questo vale a prescindere da quanti siano, anche perché la socializzazione del
bambino non riguarda un fratellino ma il mondo esterno e i suoi simili.

donneok.altervista.org/

fonte http://d.repubblica.it